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Nuove proposte e rallentamenti alla costruzione di nuovi impianti a carbone: la prima metà del 2016 mostra segnali contrastanti

 

La prima metà del 2016 ha fatto registrare un calo significativo della capacità di produzione di energia da carbone in fase di sviluppo: una riduzione complessiva di 158 GW di energia, pari al 14% del totale precedentemente previsto, quasi equivalente all’ammontare totale dell’energia da carbone prodotta nei paesi dell’Unione Europea (162 GW). Questa riduzione è stata resa possibile soprattutto dai cambiamenti nelle politiche energiche in atto in diversi paesi dell’Asia. Il più grande calo nella costruzione di impianti a carbone è stato registrato in Cina (114 GW) e India (40 GW). Entrambi i paesi hanno recentemente manifestato la volontà di ridurre la propria dipendenza dall’uso del carbone. Un passo avanti interessante quindi, ma che appare ancora assolutamente insufficiente.

Cina e India, i colossi del carbone

Nel mese di aprile, la Cina ha annunciato ampie restrizioni volte a limitare la costruzione di centrali elettriche a carbone in 13 province. Gran parte del calo è dipeso dalle linee guida emanate ad aprile dal governo centrale, che si è anche espresso a favore della sospensione di tutti i progetti di nuove costruzioni di impianti a carbone da qui al 2018. Al momento però, la Cina ha ancora impianti in costruzione per un totale di 205 GW di potenza, e altri 11.580 MW di potenza commissionati nel 2016, principalmente dovuti a un picco nelle concessioni a livello locale. Con un potere decisionale in mano alle autorità provinciali, resta quindi da vedere quanto spazio di manovra avrà il governo.

L’India ha la seconda più alta quantità di capacità proposta (178 GW) e in fase di costruzione (65 GW). Recentemente, peraltro, è stato reso noto che il 35% della capacità elettrica derivante dal carbone in India è inattivo, e questo contribuisce a sollevare ulteriori dubbi circa la fattibilità (e la sensatezza) di progetti futuri. Sembrerebbe pertanto assolutamente coerente la linea recentemente espressa dal Ministro dell’Energia, che parla della necessità di fermare i progetti di costruzione di nuove centrali a carbone in programma nei prossimi tre anni.

Altri paesi asiatici, tra cui Indonesia e Filippine, hanno compiuto passi importanti verso la riduzione o il rallentamento nella costruzione di nuovi impianti a carbone, annunciando al contempo la propria intenzione di favorire gli investimenti sulle rinnovabili. L’Asia orientale resta comunque la regione principale per quanto riguarda i progetti di centrali a carbone: un aumento totale di 932 GW di energia da carbone è attualmente in fase di pre-costruzione (tra progetti annunciati, pre-autorizzati e autorizzati) e ulteriori 350 GW sono già in fase di costruzione.

A preoccupare è anche l’Africa, in particolare l’Egitto, attualmente impegnato in politiche energetiche particolarmente aggressive, con progetti di costruzione di centrali a carbone in un’ottica di superamento del gas naturale.

Il rallentamento non è assolutamente sufficiente

Nonostante la riduzione globale nella costruzione di nuovi impianti a carbone, il livello di capacità ancora in progettazione e costruzione a livello mondiale è sufficiente a superare la massima quantità di carbonio accettabile per riuscire a limitare il riscaldamento globale a 1.5°C, impegno assunto dai leader mondiali con gli Accordi di Parigi.

La situazione resta quindi estremamente preoccupante. Si stima che anche se la maggior parte delle centrali a carbone proposte impiegassero le più efficienti tecnologie esistenti, il livello di emissioni di CO2 prodotte sarebbe comunque incompatibile con gli obiettivi sul clima. Se effettivamente portate a compimento e messe in funzione, le centrali a carbone attualmente in fase di costruzione o in fase di sviluppo emetterebbero infatti 220.241 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 nel corso di 40 anni, superando di molto il limite di 204.620 Mt entro il quale ci sarebbe ancora la possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1.5°C. Inoltre, un nuovo rapporto della IEA dimostra come 6,5 milioni di morti all’anno siano riconducibili all’inquinamento atmosferico, a cui il carbone contribuisce in maniera significativa. Stando così le cose, appare evidente che i passi avanti operati dai maggiori produttori mondiali di energia da carbone siano da considerarsi assolutamente parziali.

Per saperne di più: A Shrinking Coal Plant Pipeline: Mid-2016 Results from the Global Coal Plant Tracker

 

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